Un articolo di Andrea Benatti, amministratore della pagina facebook Queen Atletica e del sito atleticalive, che riteniamo piuttosto interessante, riguardo le opportunità che una manifestazione molto partecipata come i Campionati Italiani Master potrebbe rappresentare.
Proponiamo l’articolo con le riflessioni proposte dall’autore.
“Ci sono problemi che possono essere affrontati cercando di ridurli. E ce ne sono altri che, cambiando prospettiva, possono diventare un’opportunità. I Campionati Italiani Master di atletica appartengono probabilmente alla seconda categoria.
Da quest’anno è stato introdotto un requisito nuovo: per partecipare agli Italiani Master bisogna aver già disputato durante la stagione la specialità alla quale ci si vuole iscrivere. Vuoi correre i 100 agli Italiani? Devi aver corso almeno un 100 durante l’anno. Vuoi fare il lungo? Devi avere una misura nel lungo. Una sorta di gara abilitante.
La novità, e non c’era da dubitarne, ha creato parecchio malumore nel mondo Master, e si capisce perché.
Chi frequenta questo ambiente sa che per un atleta di 50, 60 o 70 anni trovare una gara durante la stagione non è sempre semplice, paradossalmente. Esistono moltissime manifestazioni assolute, naturalmente, e i Master possono parteciparvi quando il regolamento lo consente, ovvero quasi sempre. Però correre una batteria circondati da ragazzi di sedici, diciassette, o diciotto anni è un’esperienza diversa dal gareggiare all’interno del proprio movimento, contro avversari della stessa fascia d’età e spesso con gli stessi obiettivi.
Parlando con un dirigente federale, la questione emerge in tutta la sua semplicità: gli Italiani Master sono un evento di dimensioni enormi. Ci sono tutte le specialità. Ci sono uomini e donne. Ci sono tutte le categorie, ci sono centinaia di titoli da assegnare, e il tutto deve essere concentrato in tre giorni.
Tre giorni che già oggi iniziano al mattino presto e finiscono la sera anche tarda. Tre giorni nei quali pista e pedane devono lavorare quasi senza interruzione. Tre giorni che richiedono un numero enorme di giudici, volontari, addetti, cronometristi e personale organizzativo. A un certo punto il contenitore diventa troppo piccolo e si chiedono sforzi enormi a chi deve garantire tutto questo. Chi non lo ammette, evidentemente non ha chiaro il problema che si trovano ad affrontare le persone che si sono prese questo onere.
Portare il campionato a quattro giornate avrebbe conseguenze pesanti. Un giorno in più di impianto, un giorno in più di giudici, un giorno in più per centinaia di persone che lavorano all’organizzazione. Banalmente detto, un giorno in più di costi.
Quindi, è perfettamente logico che da qualche parte bisognasse intervenire. La gara abilitante nasce anche e soprattutto da qui. Il ragionamento è comprensibile e assolutamente ragionevole. Quello che forse merita di essere discusso è la direzione nella quale stiamo andando.
Perché quando una manifestazione riesce a mettere insieme 1300, 1500 atleti e probabilmente più di 3000 persone contando tecnici, accompagnatori, familiari e staff, la prima domanda potrebbe anche essere diversa.
Perché dobbiamo necessariamente ridurre quei numeri? Perché non proviamo a farli diventare ancora più grandi?
Lo so, sembra quasi un paradosso, ma seguitemi.
Abbiamo uno dei pochissimi eventi dell’atletica italiana capace di mobilitare migliaia di persone per tre o quattro giorni in pista (anzi, l’evento per eccellenza in pista in quanto a numeri) e il problema principale diventa come diminuire le presenze per riuscire a farle stare dentro il programma. Forse manca un passaggio.
Quelle 3000 persone rappresentano anche camere d’albergo, ristoranti, bar, parcheggi, trasporti, negozi, servizi, rappresentano famiglie che si spostano da tutta Italia, rappresentano persone che spesso trasformano il campionato in un fine settimana lungo, magari arrivando il giorno prima e ripartendo quello successivo alla gara. Rappresentano soprattutto un pubblico estremamente preciso, o, come si dice oggi, “verticale” in quanto ad interessi: adulti sportivi, praticanti, interessati a scarpe, abbigliamento, nutrizione, fisioterapia, tecnologia, salute, turismo e servizi.
Quanto vale tutto questo?
Probabilmente molto più di quanto oggi riusciamo a trasformare in risorse per l’evento. Ed è qui che il problema organizzativo potrebbe diventare un’opportunità. Un Campionato Italiano Master non dovrebbe essere soltanto una gara assegnata a una società che si candida e che poi, con enorme fatica, prova a far funzionare tutto.
Potrebbe essere trattato come un vero evento nazionale. La sede dovrebbe essere scelta anche pensando a quello che succede fuori dalla pista: Come ci si arriva? Quanti alberghi ci sono? Quanto costano? Esistono collegamenti ferroviari efficienti? C’è un aeroporto vicino? Ci sono parcheggi sufficienti? Quanto spazio esiste attorno all’impianto? Si può costruire un villaggio commerciale? Ci sono ristoranti, servizi, aree recovery, luoghi nei quali gli atleti possano trascorrere il tempo tra una gara e l’altra?
Sono domande che diventano fondamentali quando si muovono 3000 persone.
A Campi Bisenzio, per esempio, il campionato ha funzionato dal punto di vista sportivo dentro un programma estremamente compresso. Attorno all’evento, però, si percepiva quanto spazio ci sarebbe ancora per costruire qualcosa di più grande. Un village vero, Stand delle aziende, Servizi per gli atleti, Recovery e fisioterapia, spazi per i Fotografi, Merchandising, Aree ristoro adeguate, momenti di incontro con allenatori e atleti (anche se ce n’è stato uno). Eventi la sera! Convenzioni con ristoranti e alberghi, iniziative con il territorio, persino pacchetti turistici per chi arriva con il marito, la moglie o i figli.
Perché un atleta Master dovrebbe arrivare, gareggiare e andarsene? Perché non dovrebbe vivere quell’appuntamento come il grande evento annuale del proprio movimento?
Qui entra in gioco un altro elemento.
Serve qualcuno che lo venda. Le società organizzatrici sanno organizzare atletica. Devono predisporre piste, pedane, orari, volontari, giudici, call room, premiazioni. Pretendere che contemporaneamente costruiscano anche un progetto commerciale nazionale significa chiedere loro un mestiere completamente diverso.
Servirebbe una struttura, anche piccola. Una persona, un commerciale. Qualcuno che per mesi lavori accanto agli organizzatori cercando sponsor, partner locali, convenzioni alberghiere, collaborazioni con il Comune, aziende interessate a esporre, attività collaterali. Perché 3000 persone che arrivano tutte insieme nello stesso posto hanno un valore. Quel valore va presentato, quantificato e venduto. Un Comune dovrebbe sapere quante presenze arrivano sul territorio, gli alberghi dovrebbero sapere quanti pernottamenti possono generare, un’azienda dovrebbe sapere chi sono quelle 1500 persone che gareggiano e che magari intercettano il suo core business, e così gli sponsor dovrebbero conoscere età, provenienza e interessi del pubblico.
Se quel valore producesse risorse, quelle risorse potrebbero tornare dentro la manifestazione. Più servizi, più giudici (pagati magari con benefit superiori agli attuali), più personale. E magari persino quella quarta giornata che oggi sembra economicamente e organizzativamente insostenibile.
Ed ecco il possibile circolo virtuoso. Più partecipanti rendono più grande l’evento, un evento più grande diventa più interessante per sponsor e territorio, più risorse permettono di migliorare l’organizzazione. Un’organizzazione migliore rende ancora più desiderabile partecipare. Ed è esattamente l’opposto del percorso che porta a introdurre nuovi filtri per tenere sotto controllo il numero degli iscritti per cercare di contenere le spese e rendere l’evento sostenibile economicamente.
C’è poi anche il tema della stagione.
Se la Federazione ritiene utile che un atleta abbia già gareggiato prima degli Italiani, quella necessità potrebbe persino diventare uno strumento per far crescere l’intero movimento Master. Si potrebbe costruire un circuito di appuntamenti durante l’anno. Oltre ai Campionati regionali, meeting Master, tappe riconosciute. Manifestazioni nelle quali diventa naturale andare a cercare quella prestazione necessaria per gli Italiani. Meeting master, ad esclusione dei campionati regionali di categoria, di fatto non esistono.
A quel punto la gara abilitante avrebbe una funzione, creerebbe partecipazione altrove, riempirebbe altri meeting. Darebbe una struttura alla stagione e genererebbe appuntamenti. Gli Italiani diventerebbe il punto finale di un percorso durato mesi.
Il tema, alla fine, è proprio questo: l’atletica Master italiana ha qualcosa che molti altri settori dell’atletica faticano disperatamente a trovare: i numeri. E ne ha tantissimi. Ha migliaia di praticanti, ha persone che attraversano l’Italia per gareggiare e che hanno capacità di spesa ovviamente superiori alle singole società di atletica, che devono barcamenarsi per sostenere l’attività giovanile. L’attività mater ha famiglie che le accompagnano, ha un pubblico con interessi precisi, ha soprattutto persone che vogliono esserci.
Questa dovrebbe essere una fortuna, o meglio, un’opportunità.
Il problema di Campi Bisenzio è stato riuscire a mettere oltre 2200 presenze-gara dentro tre giorni, ma la domanda per il futuro potrebbe essere molto più ambiziosa. Come possiamo organizzare gli Italiani Master in modo da poterne avere 3000? E poi magari 3500. Perché se un movimento cresce, il compito di chi lo governa dovrebbe essere trovare lo spazio per farlo crescere ancora. E provare a trasformare quella crescita in valore.”
(da Queenatletica – atleticalive del 23 settembre 2026)

Quiz gratuito in 2 minutiChe tipo di