Un’altra opinione sui minimi per i master

Un nuovo contributo sui minimi per i master arriva dalla pagina facebook di Master Atletica Azzurra. Riportiamo integralmente il post pubblicato in data 28 settembre 2026.

Minimi, non minimi e qualche informazione da rimettere al posto giusto.

Mi spiace sempre scrivere post che sembrano contrapporsi alle opinioni altrui perchè ognuno è libero di avere le proprie idee e, soprattutto nello sport, è giusto che il confronto rimanga aperto.

Ma quando in queste opinioni vengono messe insieme così tante affermazioni come verità assoluta (ferita dolente l’assoluto in questo Paese), credo sia utile provare almeno a rimettere in ordine le INFORMAZIONI.

Partiamo dai Campionati Europei e Mondiali Master:

è vero per partecipare ai Campionati internazionali Master non viene normalmente richiesto un qualche risultato prestativo come quello oggi previsto da FIDAL

Ma utilizzare questo dato per sostenere che questa regola sia quella da sostenere per sempre significa dimenticare una differenza fondamentale.

EMA come WMA non percepiscono una quota annuale individuale dai singoli Master. Le registration fees rappresentano praticamente la loro unica entrata con cui le organizzazioni sostengono la propria attività e sono legate alle iscrizioni ai Campionati. Una parte di questa va poi al Local Organising Committee che organizza la manifestazione.

È quindi abbastanza evidente che, per un’organizzazione internazionale che deve sostenere la propria attività senza un vero e proprio tesseramento annuale individuale, avere il maggior numero possibile di partecipanti ai Campionati costituisce una necessità economica.

E non c’è nulla di scandaloso in questo. È semplicemente un modello organizzativo diverso da quello di una Federazione nazionale che prevedono invece il pagamento di una quota annuale.

E’ quindi assolutamente arbitrario prendere le regole di EMA o WMA, estrapolarle dal loro contesto economico e organizzativo, e utilizzarle come prova che qualsiasi criterio di accesso a un Campionato Italiano rappresenti una “barriera selettiva”.

Anzi, c’è un’altra differenza molto importante: a livello internazionale il risultato sportivo continua ad avere un peso rilevante nella competizione.

Nelle gare di pista, quando il numero degli iscritti lo richiede, ci sono batterie, semifinali e finali. Non tutti quelli che partono arrivano alla finale: bisogna qualificarsi. E questo non ha nulla a che vedere con l’esclusione di qualcuno perché “brutto”.

È semplicemente sport. Qualsiasi sport.

Dunque possiamo discutere quanto vogliamo sui minimi di accesso a un Campionato Italiano. È un argomento legittimo. Si può essere favorevoli, contrari oppure pensare che debbano essere modificati. Ma è bene non confondere argomenti di richiamo sociale con assenza di criteri sportivi.

E chi decide di praticarla a livello agonistico ha tutto il diritto di cercare un miglioramento della propria prestazione, di allenarsi con serietà, di confrontarsi con atleti del proprio livello e di aspirare a raggiungere un risultato migliore.

Non vedo perché tutto questo debba essere continuamente giustificato.

Cercare di migliorare non è una colpa.

Allenarsi seriamente non è una colpa.

Voler competere è lo stesso spirito dello sport e non è una colpa.

E un minimo di coerenza dovrebbero avere coloro i quali sino a ieri sono stati competitivi sia a livello di atleta e anche di dirigenti e oggi, può essere, che non riescano più.

Ma soprattutto, nel mio precedente post ho espresso con chiarezza un concetto: nessuno sta chiedendo di escludere qualcuno dall’atletica Master.

Chiedo quindi di non strumentalizzare le mie parole. Stavo chiedendo di discutere serenamente se, per una manifestazione che porta il nome di Campionato Italiano, sia ragionevole pretendere almeno un minimo di preparazione sportiva.

Ho scritto che per me ci sono due anime diverse.

Chi non vuole affrontare l’aspetto agonistico può naturalmente continuare a praticare atletica per il piacere di stare insieme, per il benessere fisico, per la socializzazione e per tutto ciò che lo sport può offrire.

Ed è una cosa assolutamente rispettabile.

Esistono anche gli Enti di Promozione Sportiva, che svolgono una funzione importante proprio nell’avvicinamento e nella pratica sportiva non necessariamente orientata alla prestazione agonistica.

Quello che invece trovo francamente poco utile è trasformare una discussione in una guerra tra “inclusivi” e “professionisti”, oppure arrivare a evocare sostantivi davvero antipatici.

E ancora meno utile è scivolare dall’argomento sportivo alla valutazione delle persone, delle loro abitudini, dei loro infortuni, delle loro scarpe, delle loro terapie o del loro aspetto fisico.

Quella non è più ironia.

È semplicemente un altro piano della discussione.

E non è il mio piano sul quale intendo confrontarmi.

Parliamo di atletica.

Parliamo di regolamenti, di partecipazione, di numeri, di campionati, di prestazioni e di quale debba essere il significato di un Campionato Italiano Master.

Ma facciamolo con dati e argomenti, senza attribuire a chi la pensa diversamente intenzioni che non ha.

Perché alla fine la questione è molto più semplice di come qualcuno vuole rappresentarla:

nessuno vuole togliere il diritto di fare atletica a nessuno.

Qualcuno chiede semplicemente che, quando si parla di agonismo e di Campionati Italiani, si torni a parlare anche di sport.

E questo, nel mondo Master, spero possa essere ancora possibile.

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